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Consigli – quando ci vogliono e quando no?

“Si sa che la gente dà buoni consigli sentendosi come Gesù nel tempio” – F. De Andrè

Quando vogliamo superare una difficoltà ci può capitare di confrontarci con amici, con colleghi oppure con professionisti. In molti casi ci possono dire cose utili. Dei consigli, appunto.
Ma le opinioni e le esperienze degli altri quando possono essere utili e quando no?

Unicità

Se pensiamo alla nostra vita privata, è facile accorgersi che ogni situazione è unica.
Un’amica o un amico possono darci dei suggerimenti, ma è difficile che ci troviamo a nostro agio con ciò che dicono. Infatti gli altri non conoscono a fondo la nostra situazione, per esempio cosa significa relazionarsi con nostra moglie o nostro marito, con i figli, con la suocera… Ciascuno di noi ha un carattere unico, dei bisogni unici, vive in un contesto unico. Quindi di solito è difficile che i consigli siano adeguati a ciò che viviamo.

Per la vita lavorativa il discorso è simile. Se vogliamo raggiungere degli obiettivi come dipendente, dirigente o come imprenditore, dobbiamo fare i conti con un contesto definito da colleghi, dall’azienda, dalla situazione economica e sociale. Per cui una persona esterna potrebbe darci sugerimenti poco adatti.

Ma allora quando è utile affidarsi ai consigli?
Se intendiamo come “consigli” anche gli aiuti che possono darci consulenti, formatori o mentor, allora è impossibile farne a meno. Anzi, di formazione non ce n’è mai abbastanza ed è insostituibile. Ma non è sempre sufficiente per gestire grandi complessità. E poi potremmo voler seguire le nostre predisposizioni, i nostri gusti, le nostre motivazioni o i criteri etici… e in questo gli altri, anche se con molta esperienza, potrebbero non indirizzarci come speriamo.

Per esempio, se volessimo trovare il lavoro dei nostri sogni, chi ci potrebbe aiutare?
Siamo unici e quindi abbiamo bisogno di andare oltre a ciò che gli altri ci possono insegnare.

Chi è l’insegnante?

Qua entra in gioco il Coaching. Questo approccio si è diffuso tantissimo proprio perché è complementare a tutto ciò che è possibile imparare dagli altri. Ci mette nelle condizioni di adattarci e tirare fuori il meglio, considerando tutti gli aspetti dentro di noi e fuori. Non solo. Noi stessi in diversi momenti della vita possiamo aver bisogno di agire in modi differenti, perché anche le motivazioni e il mindset cambiano. Di conseguenza, le nostre vecchie strategie potrebbero non funzionare più e potrebbe servire una piccola o grande rivoluzione.

Quindi il Coaching è un lavoro di stimolo e confronto, non un passaggio di conoscenze tra Coach e Coachee. È un percorso sulla riscoperta delle competenze, per cambiare punto di vista, per sperimentare e sperimentarsi. Per questo il Coach non dà consigli ma è piuttosto un alleato fedele e affidabile.

Cavalcare le onde

Dalle esperienze e dalle domande nate dalla sessione, abbiamo occasione di scoprire le nostre strategie migliori. L’ambiente complesso in cui siamo immersi può trasformarsi da disturbo che ci ostacola in uno strumento che potrebbe aiutarci. Possiamo nuotare contro le onde oppure scegliere di cavalcarle.

Nel percorso di Coaching non si parla solo di ciò che sta andando bene, ma anche di tutto ciò che non ha funzionato per trovare strade alternative. Sbagliare è lecito, i dubbi sono leciti, fanno parte di una modalità naturale di apprendimento. Il Coach sa di avere davanti una persona, non un meccanismo da far funzionare.

In conclusione, nessun altro può comprendere cosa funziona e cosa no per noi e per il nostro contesto. Questo significa riconoscere che possiamo essere i più grandi esperti di noi stessi. Ma dobbiamo imparare a mettere in campo questa consapevolezza, perché è ciò che ci serve per sviluppare il nostro potenziale umano e raggiungere obiettivi personali o professionali.